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Analisi e commento di Italy: il poemetto sull’emigrazione di Giovanni Pascoli.

Bad Italy, sweet home: la lingua come casa

Quando si vuol rendere vita a un testo che possiede forza narrativa e al contempo vocazione poetica intima, familiare lo si porta in teatro, cassa di risonanza  dell’azione e sopratutto della voce e dei suoni della parola. Lo si fa perchè si riconosce a quel testo un particolare destino sonoro, anche se il testo non è stato pensato dall’autore per l’azione scenica.

È ciò che ha tentato di fare il Laboratorio teatrale dell’I.I.S. Raffaello di Urbino con Italy poemetto narrativo tra più lunghi realizzati da Pascoli. Tentativo non solitario se consideriamo che nel centenario della morte del poeta romagnolo molti teatri italiani hanno messo in cartellone i recital di Giuseppe Battiston o  Paolo Poli che del poemetto pascoliano hanno messo in scena versioni più o meno integrali.

Con Italy Giovanni Pascoli si fa poeta civile e politico, generoso e un po’ naïf istigatore di istanze socialiste venate di profonda etica cristiana. Del 1904, Italy è’ una delle prime testimonianze della letteratura italiana sull’emigrazione, dramma economico e sociale che lacerò le famiglie e le comunità produttive della nazione, all’alba del Novecento. Il poemetto fu una risposta all’incipiente mentalità nazionalistica e patriottica di quell’Italia dilaniata dalla diffusa e profonda miseria economica. Bisogna ricordare che con i Poemetti, di cui Italy fa parte, si realizza a detta dei maggiori studiosi di Pascoli la piena maturazione della poetica dell’autore e si può osservare in modo chiaro e trasparente l’ideologia piccolo-borghese che Pascoli promuove affrontando temi e questioni che hanno a che fare con l’attualità e assegnando ai testi  una connotazione storica e politica. I flussi migratori degli anni 1897/1898 furono tra i più severi per numero di migranti, gli studi e le cronache degli anni successivi parlano di circa 800.000 persone che lasciarono l’Italia. Pascoli fin dal 1901 in un discorso tenuto a Messina che aveva come titolo L’eroe italico, dedica il suo pensiero accorato agli italiani emigrati. In altri numerosi interventi considererà la questione dell’emigrazione con grande sensibilità e un certo affanno patetico. Tema che non fu un motivo letterario  ma una realtà che lo toccava da vicino. Tra la gente, nelle famiglie, non si parlava d’altro. L’Italia “antica madre”, il nido di tutti i nidi degli Italiani, non riusciva più a sfamare i suoi rondinini. Parenti, amici e molti conoscenti del poeta di San Mauro conobbero la sofferenza e il dramma dell’emigrazione. Molti partirono per l’America, qualcuno ritornava dopo molti anni. Il materiale narrativo per la composizione di Italy era autenticamente vissuto, storie di vita che riempivano il tempo dei discorsi. Pascoli rielaborerà questi discorsi in una “lingua speciale, entità rara, preziosa, squisita, il cui funzionamento, la cui stessa esistenza è precisamente condizionata dalla differenza di potenziale rispetto alla lingua normale”.

Composto di 450 versi simmetricamente spartiti in due canti articolati in 29 capitoli di strofe dantesche, racconta in forma di dialogo la storia del ritorno di una coppia di emigrati della lucchesia che portano Molly, la piccola figlia ammalata, che fa ritorno al paesello natio per incontrare i parenti. Molly nata oltreoceano parla solo americano. Dopo un primo periodo di disagio per le incomprensioni linguistiche si affeziona profondamente alla nonna che parla un italiano antico e rurale. Il linguaggio universale dei sentimenti permetterà a nonna e nipote di instaurare un’autentica comunicazione affettiva che supererà ogni ostacolo linguistico. Il poemetto che riproduce poeticamente la dialogicità compiuta o frammentaria dei personaggi coinvolti è intriso di elementi linguistici diversi, in un pastiche di suoni e parole americane, termini regionali della civiltà contadina e di lingua straniera corrotta dall’ignoranza dei parlanti. La storia si conclude con la morte della nonna e la guarigione della piccola che nel giorno degli addii promette di ritornare in Italia con uno squillante “Sì”.

La critica contemporanea e soprattutto Benedetto Croce non hanno molto apprezzato Italy definita, dal filosofo idealista, orrida proprio per “il gergo angloitalico degli emigranti reduci dall’America”. Fu Giovanni Getto a rileggere in una chiave di lettura diversa il poemetto pascoliano e valorizzare la libertà linguistica come segno di emancipazione dalle gabbie degli schemi espressivi e manifestazione di un’autentica condizione umana.

I significati di un’opera mutano col mutare dell’epoca della sua ricezione. A distanza di poco più di un secolo in contesti certamente molto differenti il tema dell’emigrazione si ripresenta non solo agli italiani. La sua attualità investe il dibattito politico in questi giorni, con questioni che riguardano il diritto di cittadinanza, la convivenza civile e politica nelle comunità plurietniche, lo scontro fra chi istiga al razzismo e chi tutela l’integrazione.

Quando in teatro risuonano le parole di Italy, si realizza ancor più che nella lettura silenziosa, quel fenomeno sonoro di lingua speciale di cui parla Contini. Ancor più se alla ricchezza sonora e linguistica del testo si sovrappongono i suoni di quell’italiano nuovo prodotto dalla società meticciata di oggi. Sentir recitare Italy a studenti di lingua madre non italiana come tanti se ne incontrano nelle nostre scuole anch’essi produttori linguisticamente imperfetti come lo furono gli italiani migranti d’inizio secolo che moltiplica l’effetto certo straniante ma poeticamente efficace di questo iato che si crea tra il nostro nido e la nuova casa che ci ospita, tra ciò che eravamo e ciò che diveniamo. Le voci di trentadue studenti hanno dato una nuova vitalità al dialogo polifonico che si realizza nel poemetto che Pascoli volle dedicare all’Italia raminga dell’inizio del XX secolo. Sebbene l’autore intendesse con questo dramma evocare anche il pericolo della perdita di identità linguistica e culturale cui si sottoponevano i migranti, riconosceva nella solidità degli affetti l’unica possibilità di ritorno all’antica madre, il nido di tutti i nidi, la Patria.

Pascoli ben prima di Heidegger afferma che la lingua è la casa dell’essere. Se si moltiplica allora diveniamo plurali, parlanti in una dimensione plurilinguistica dell’esistenza, esponenti di una umanità nuova capace di tollerare le diversità di cui siamo noi stessi portatori, di includere chi si sente estraneo e di comprendere l’alterità. Questo ci lascia un maestro di umanità.

Giuseppe Puntarello (©)

Bibliografia essenziale

Benedetto Croce, La Critica. Rivista di Letteratura, Storia e Filosofia, n. 5, del 1907

Gianfranco Contini, Il linguaggio di Pascoli, in Pascoli, Poesie, Milano, 2001

Giovanni Getto, Carducci e Pascoli, Napoli, 1965

Natalino Sapegno, Note sulla poesia del Pascoli, in Il Ponte, XI (1955)

Sitografia

http://www.italica.rai.it/principali/lingua/bruni/schede/italy.htm (verificato il 16.07.2013)

http://www.oilproject.org/lezione/italy-di-pascoli-analisi-del-testo-e-commento-1303.html (verificato il 16.07.2013)

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Favole dal call center spettacolo al Teatro Sanzio di Urbino

Lunedì 3 Giugno al Teatro Sanzio di Urbino il Laboratorio teatrale dell’Istituto d’Istruzione Superiore Raffaello ha messo in scena Favole dal call center.

Poster dello spettacoloLo spettacolo, interamente autoprodotto dall’ I.I.S. Raffaellodi Urbino, diretto da Simone Levantesi è il risultato dello sforzo creativo di tutti coloro che vedrete sulla scena. Non solo studenti, nè soltanto attori. Un’opera collettiva con apporti che si sono mescolati e rimescolati, diluiti e separati, in una felice alchimia  creativa. Il titolo rievoca la nota raccolta di Gianni Rodari Favole al telefono. Cambia però il contesto, ci sono sì sempre i giovani, ma c’è anche la crisi, quella del corpo che cambia e il rapporto con i genitori, c’è la Tv e tutto il repertorio dei nuovi media, c’è anche la poesia e lo sguardo disincantato e un po’ cinico. In un gioco continuo di rimandi all’attuale crisi economica e sociale che il Paese sta vivendo. In un gioco continuo di rimandi all’attuale crisi economica e sociale che il Paese sta vivendo, il testo sospeso tra l’amara ironia dei diversi protagonisti, fa il verso alle identità  in trasformazione degli adolescenti e a quelle incrostate degli adulti con i loro pregiudizi. Lo sguardo inquieto e impietoso degli adolescenti che osservano i grandi nelle loro piccole miserie quotidiane si posa in modo acuto e intelligente su quelle crepe sottili e invadenti che riguardano tutti noi, che ci deve spingere alla ricerca di una speranza che deve passare attraverso loro. Un po’ critica sociale, un po’ parodia delle nuove tecnologie della comunicazione, l’intenzione è quella di far sorridere e nello stesso tempo far riflettere il pubblico sulle urgenti questioni del futuro dei giovani e non solo.