author: Giuseppe Puntarello category:
cinema e flussi
Interrogarsi e confrontarsi sul cinema inteso come produttore di emozioni in grado di comunicare al suo pubblico attraverso opere di spessore culturale none soltanto l’occasione per verificarne lo stato di salute. È soprattutto stimolante per noi che abbiamo appena intrapreso un percorso sul cinema. Capire qual è la nostra posizione ci aiuta a fare chiarezza sulle nostre aspettative. Cosa vogliamo dal cinema? Cosa vogliamo fare delle competenze che acquisiremo in questo master? Come applicarle? Quanto ci servirà capire più o meno di Teoria?
Il dibattito che si è realizzato su Segnocinema ci dà conferma della complessità della questione e della difficoltà di scegliere le lenti più adatte per esaminarla e soprattutto se queste lenti sono universalmente accettabili.
Il cinema è come tutti i fenomeni storici in continua evoluzione. La sua epoca d’oro sembrerebbe essersi esaurita così come la spinta culturale che ha contraddistinto il XX secolo. Hegel affermava che il romanzo è il genere letterario che ha permesso alla nascente borghesia del XIX di rispecchiarsi in un universo di modelli, di valori ideologici, di personaggi. Il cinema è stato nel XX secolo quello che il romanzo è stato per il secolo precedente.
L’intreccio che si è costituito via via nel dibattito ha toccato i punti salienti della questione. Grosso modo le questioni riguardano il nuovo statuto del nuovo cinema digitale. Con quali strumenti affrontare il nuovo cinema? Quale il compito della teoria? Quale il compito della critica? Le risposte che sono state avanzate sono perlopiù parziali e aprono ulteriori orizzonti.
Per quanto mi riguarda vorrei sottolineare:
- Non può esserci chiusura epistemologica agli apporti di provenienza diversa. Quindi le reciproche idiosincrasie dei vari filoni teorici: film studies, cultural studies, post-theory, ecc. non fanno che insospettire sui possibili egoismi accademici o editoriali; credo che le contaminazioni, le integrazioni, le ibridazioni dei vari apporti non possano mai nuocere alla scienza. So già che molti puristi specialistici storceranno il naso. Personalmente propendo per il nomadismo epistemologico di Feyerabend.
- La teoria conclusa e perfetta credo non possa esistere quando si parla di oggetti scientifici in cui l’uomo gioca un ruolo creativo, espressivo, culturale.
- Le critiche e le teorie modificano il proprio statuto in un incessante processo di rimodellazione che li vede inseriti in un gioco più complesso che comprende la tecnologia, i new media, il pubblico, in una parola la storia.
Ed è proprio con la storia, dentro la storia che le critiche e le teorie dovrebbero muoversi. Non si può prescindere dal discorso storico del cinema, sul cinema. I film sono prodotti storici. Testimoniano quasi sempre il tempo in cui sono stati realizzati, traspaiono in essi gli oggetti, le tecnologie, i saperi e le ideologie dell’epoca in cui sono stati realizzati. Anche i discorsi che si fanno attorno ai film, i giudizi, i commenti, le critiche sono soggetti storici e ovviamente mutano con il tempo. I significati dunque di un film mutano con la storia.
- I gerghi, i tecnicismi, i ghirigori specialistici sono utili per la comprensione ma forse più in una dimensione accademica o didattica, meno per orientare il gusto del pubblico o istruirlo alla comprensione.
Nella prospettiva del mio lavoro è bene avere competenze teoriche aggiornate ma è la dimensione storica che più m’interessa, più dello specifico filmico, della sintassi, del linguaggio. E poi come non considerare la geografia nel cinema. Il film è una mappa, la storia del cinema è un universo di mondi, la dimensione spaziale così poco affrontata dal dibattito potrebbe meritare maggiore spazio. Sia perchè ogni cinematografia nazionale costituisce un mondo nuovo di significanti, sia perchè i luoghi sono altrettanti protagonisti del cinema così come le storie e I personaggi.