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Commemorazione sede CGIL di Ventimiglia

Questa giornata e questa commemorazione rappresentano per me, per noi come famiglia, un onore. 

Ricordare Peppino Puntarello come un uomo giusto costretto a lasciare prematuramente la moglie con 5 figli in condizioni materiali difficili significa tornare a quel triste 4 Dicembre di 71 anni fa che ha cambiato la storia di un’intera famiglia e delle sue successive generazioni. Famiglia segnata dal dolore e dal lavoro, come tante. Nessuno dei nipoti ha potuto conoscerlo quel nonno “ucciso per errore di persona” come per molti anni è stato sostenuto. 

Poi è bastato mettere insieme quella sequenza ininterrotta di 40 sindacalisti che tra il 1944 e il 1948 furono uccisi silenziosamente. Il delitto mafioso però deve essere letto all’interno di quel flusso della Storia in cui è maturato. Solo la distanza temporale ha permesso una lettura univoca di quei tragici eventi che paiono ubbidire ad una strategia unitaria, che vedeva soprattutto in Sicilia, l’opposizione dei latifondisti e dei loro campieri mafiosi, all’applicazione dei Decreti Gullo concepiti per migliorare la produttività e la redistribuzione del latifondo e delle terre incolte. 

Questo riconoscimento, oggi, permette di restituire dignità alla memoria di un uomo sempre schierato dalla parte dei deboli, ma soprattutto ad una comunità che ha saputo mantenere la giusta distanza dalla collusione mafiosa.

Quel delitto, allora, mobilitò prima di tutto la solidarietà dei paesani di Ventimiglia che hanno sempre ricordato Peppino Puntarello come una persona perbene sempre disponibile ad aiutare chi aveva bisogno. Quella solidarietà che ha permesso la sopravvivenza di una famiglia orfana di un reddito oltre che del capofamiglia. Oggi quel delitto, insieme a molti altri, ha mobilitato la coscienza civile delle forze sociali che da anni sono impegnate a fabbricare la memoria collettiva di una comunità che ha le medesime radici. Penso all’attività del Centro Studi della CGIL, penso all’impegno di Don Ciotti e di Libera, penso alla forza di uomini e donne delle istituzioni che con il loro esempio nel lavoro hanno sacrificato la loro vita e indicato la via per una società del lavoro pacifica e civile.

Adesso bisogna raccogliere il testimone della custodia di una memoria condivisa, quella che costruisce sogni e impedisce l’avanzare degli egoismi, che metta davanti il bene comune e lasci indietro la corruzione e l’interesse particolare. 

Voglio ringraziare i compaesani, molti dei quali non ci sono più, che in quegli anni difficili hanno permesso di mantenere una rete di solidarietà e di affetto attorno alla nonna Vincenza Samperi, ringrazio il sindaco Antonio Rini, la CGIL di Palermo attraverso Dino Paternostro ed Enzo Campo, la sezione di Ventimiglia attraverso Gino Anzalone, e tutti i presenti che rendono viva una comunità di partecipazione democratica ed egualitaria. 

Giuseppe Puntarello

Il Medico e il Duca di Pietro Gattari

Nella sede dell’associazione culturale Il Golem, di Urbino, Pietro Gattari oggi ha incontrato il pubblico per presentare e discutere del suo primo romanzo Il Duca, edito da Castelvecchi. Un romanzo storico come orgogliosamente sottolinea l’autore. E non si può non pensare a Le memorie di Adriano della Yourcenaire, illustre e nobilissimo modello narrativo, La  narrazione condotta in prima persona dal medico di corte di Federico da Montefeltro intreccia elementi biografici, lo stesso autore è un medico, la sensibilità dell’osservazione clinica, eventi, personaggi e momenti di una stagione particolarmente interessante della storia politica e culturale dell’Italia rinascimentale. Lo sfondo è il ducato del condottiero mecenate e i suoi protagonisti: da Battista Sforza a Piero della Francesca, da Sigismondo Malatesta a Pio II Piccolomini. L’intreccio si dipana pacatamente nel contesto politico dell’Italia dominata perennemente da conflitti regionali, scontri tra personalità strabordanti, manovre curiali, lotte per l’egemonia. L’epoca si colloca all’incrocio di una svolta storica importante, il tramonto degli eserciti mercenari, delle guerre di condotta, l’introduzione delle bocche da fuoco.

Attraverso un solido lavoro di documentazione e una caparbia passione per il territorio e per la corte ducale dei Montefeltro, Pietro Gattari ci offre sotto forma di reportage storico, una collezione ben fatta, elegante, tratteggiata efficacemente, di ritratti di personalità storiche. Dei tableaux vivants in una quadreria variegata di primi piani, di ambienti interni, di scene familiari o di occasioni pubbliche, di campi di battaglia e di profili psicologici. Il narratore ci fa vivere empaticamente il mondo da lui narrato e ci rende partecipi della comprensione granulare di microeventi storici in cui poco spazio è lasciato agli echi deformati della vulgata. Il testo, lieve, è il  prodotto del vaglio finissimo del materiale storico filtrato attraverso la passione per la scrittura e la limpidezza espositiva. La lettura scorre fluida ma non su una trama narrativa. Ciò che più conta per il narratore è manifestare la propria testimonianza di immersione in un’epoca che ha vissuto, che ha partecipato, anche se con quella portentosa macchina del tempo che è la Storia. Il lettore scorge qua e là anche la voce più autentica della sensibilità dell’autore che rimane però sepolta dall’erudizione e anche dalle esigenze editoriali. Peccato che poco spazio si sia lasciato a questa voce che si intravede soltanto e che avrebbe mosso corde diverse da quelle della fascinazione.

Giuseppe Puntarello (©)





I ritratti nella stanza del Capitano Nemo in 20000 leghe sotto i mari

In 20.000 leghe sotto i mari il professor Aronnax quando riesce casulmente ad entrare clandestinamente nella stanza del misterioso Capitano Nemo viene colpito da alcuni ritratti appesi alle pareti.
“Erano le effigi di grandi uomini che consacrarono tutta la loro vita al trionfo di un’idea di umanità: Kosciusko, l’eroe caduto per la libertà della Polonia; Botzaris, il propugnatore dell’indipendenza della Grecia moderna; O’Connell, il difensore dell’Irlanda; Washington, il fondatore dell’Unione Americana; Manin, il patriota italiano; ed infine John Brown, il martire del riscatto della razza negra (sic! nel testo dell’edizione italiana del 1968 tradotto da P. Roudolph).”

Nel 1870 quando Verne scriveva questo romanzo, questi nomi dovevano suscitare grandi ideali nelle menti progressiste di una giovane umanità che stava uscendo dalle antiche monarchie per cominciare a costruire le moderne democrazie.

Ho sempre avuto il desiderio di associare un volto a questi nomi così fieramente scelti dall’autore per evocare grandi sentimenti di una nuova umanità. Il web mi ha finalmente dato questa possibilità e così voglio ricostruire virtualmente questa immaginifica galleria di eroi dell’800 europeo e americano.